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11th Dec. 2010

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publicado às 23:07

 

Review in Financial Times


 

Review in The Literateur


 

Review in Book Trust


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publicado às 23:25

 

Article in Metro (UK)


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publicado às 23:12

in revista Visão

 



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publicado às 13:30

Myebook - Macondo #1 (Revista literária) - click here to open my ebook

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Temas:

publicado às 10:45

 

 

 

Le voci di padre e figlio si rincorrono in questo romanzo pieni di ricordi che coinvolge il lettore nella storia di questa famiglia portoghese sino a trasformarlo in un testimone, in un amico, quasi in una persona di famiglia.

 

La voce del padre ripercorre il passato, un passato fatto di illusioni e di fallimenti, un passato fatto di una moglie stupenda e di ben quattro figli ma solcato anche dalla violenza causata dall’alcol. Dopo una lunga malattia è morto senza lasciare dietro di sè alcun segno di successo e adesso può soltanto viaggiare nella memoria e osservare il presente e suo figlio da lontano senza poter, purtroppo, intervenire in alcun modo sul corso degli eventi.

 

Anche la voce del figlio Francisco ripercorre il suo passato mentre passo dopo passo partecipa alla maratona dei Giochi Olimpici di Stoccolma del 1912. "Il suono del vento mi attraversava le orecchie come il ruggito dell’universo. Forse è come il rumore che si fa quando si passa dentro al tempo, quando lo si attraversa con tutto il corpo: le braccia e le gambe che attraversano il tempo, il petto che attraversa il tempo e il viso che si porta dentro tutta l’eternità."

Francisco mentre corre pensa anche al futuro e a sua moglie che sta per mettere al mondo il suo bambino. Quel futuro lui non lo vedrà mai perchè proprio durante quella corsa troverà la morte a causa di un’insolazione.

 

Al centro dei loro ricordi vi è la bottega del falegname dove il padre ha fatto il proprio apprendistato e dove ha iniziato a lavorare, la stessa bottega tramandata di padre in figlio che possiede anche una stanza tenuta sempre chiusa a chiave dove si trovano vecchi pianoforti quasi fosse un vero e proprio cimitero dipianoforti.

 

Questo romanzo parla di vita e di morte, di amore e di solitudine. È un romanzo amaro ma anche commovente che avvolge il lettore con la paura che la vita possa colpire con le sue disgrazie ma anche con la speranza che qualcosa di bello possa sempre accadere.

 

Camilla Biagini, in Solo Libri

 

*****

Se c’è ancora qualcuno che pensa che la letteratura portoghese contemporanea significhi solo il pur grandissimo e indimenticabile Saramago, consigliamo questo insolito, bellissimo testo di un giovane – è del 1974 – alentejano autore di romanzi, poesie e testi per il teatro. Il romanzo è una cronaca famigliare in cui si alternano le voci dei vari protagonisti: il padre, ormai defunto, e il figlio, maratoneta alle Olimpiadi del 1912 (e saranno proprio i chilometri di quella gara a scandire il susseguirsi dei capitoli). Luogo di unione delle varie storie che via via vengono raccontate, la loro falegnameria, all’interno della quale si cela il “cimitero dei pianoforti” – sfasciati, abbandonati, azzoppati, scordati –, luogo di ricordi, nascondiglio, metafora delle vite loro e delle persone a loro vicine. Una scrittura ricercata, intensa, evocativa, a volte geniale. E soprattutto musicale, come per una partitura. “Una rivelazione”, come ebbe a dire proprio Saramago.

 

Paolo Collo, in Il Fatto Quotidiano

 

*****

Una musica costante: Il cimitero dei pianoforti

"Là dove si arresta il potere delle parole, comincia la musica." (Richard Wagner)

Una musica costante: leggendo Il cimitero dei pianoforti di José Luís Peixoto, continuavo a ripetermi mentalmente il titolo del libro di Vikram Seth. La musica è suggerita dalla copertina stessa dell'edizione Einaudi del romanzo: un pianoforte con i tasti consumati dal tempo e dall'incuria.

 

I protagonisti del libro sono Francisco e il padre. Fin qui tutto nella norma, se non fosse che i due sono già morti, il primo dopo una lunga malattia e il secondo durante una maratona a causa di un'insolazione (una curiosità: il personaggio di Francisco è liberamente ispirato alla figura di Francisco Lázaro, maratoneta portoghese morto dopo aver corso trenta chilometri alle Olimpiadi di Stoccolma nel 1912).

 

Padre e figlio ricordano aneddoti del passato, momenti legati alla vita in famiglia. Sono fantasmi, ombre presenti nella stessa stanza dei vivi, ne seguono le azioni quotidiane pur essendone definitivamente esclusi.


Gli episodi salienti del romanzo hanno luogo in una piccola falegnameria, tramandata di generazione in generazione, in cui, fra le altre cose, si riparano anche pianoforti.


Il racconto si modella sul filo dei ricordi dei suoi narratori, diventando progressivamente un lungo monologo interiore dei due protagonisti e assumendo nella narrazione di Francisco i contorni di unostream of consciousness 'joyciano'.


Di pagina in pagina viene spontaneo immaginare mentalmente la fisionomia dei personaggi o degli ambienti in cui agiscono. Ma c'è di più: avete mai provato ad associare a un passaggio di un libro una musica? Con Il cimitero dei pianoforti mi è venuto spontaneo farlo.


Per esempio, le pagine che descrivono l'incontro del padre di Francisco con la ragazza che successivamente diventerà sua moglie, mi hanno fatto pensare al Notturno Op. 9 n. 2 di Chopin :



"Fu allora che la mia vita cambiò per sempre. Mi sarei vergognato se non fosse stato per la dolcezza pallida del suo volto. Era una bambina gracile e il mio sguardo si posava con delicatezza sulla pelle del collo, sulle spalle sotto il vestito a fiori. Era una bimba fragile e scalza. Sotto il suo sguardo riuscii a sentire una forza invisibile che conduceva la mia mano verso i suoi capelli, che invisibilmente me li faceva scivolare tra le dita."

Il terzo movimento della Sonata al chiaro di luna diBeethoven mentre Francisco corre nella maratona:

"Il suono del vento mi attraversava le orecchie come il ruggito dell'universo. Forse è come il rumore che si fa quando si passa dentro al tempo, quando lo si attraversa con tutto il corpo: le braccia e le gambe che attraversano il tempo, il petto che attraversa il tempo e il viso che si porta dentro tutta l'eternità."

Serenade di Schubert per la scena finale del romanzo, quando tutta la famiglia è riunita in cucina a casa di Maria per ascoltare la radiocronaca della maratona:

"Alle nove di sera, squillò il telefono. Nessuno sapeva che fare. Il trillo del telefono li lacerava, era filo spinato che scivolava sulla pelle. Mia moglie aveva le mani sulla testa perché non ce la faceva più. Marta e Maria tornarono a essere due sorelle bambine. Simão sapeva che toccava a lui rispondere al telefono. Mentre camminava, si accorgeva di avere gambe e braccia e mani. Di respirare."

I veri protagonisti del libro non sono più Francisco e il padre ma la musica e i vecchi e malandati pianoforti, stipati all'interno della bottega, che progressivamente finiscono per simboleggiare una metafora dell'esistenza, quella "zona d'ombra e di conforto in cui si recuperano gli stimoli necessari per andare avanti".

 

 

Elena Spadiliero, in Wuz Cultura & Spettacolo

 

 

 

Il Cimitero dei Pianoforti

di José Luís Peixoto

trad. di Guia Boni

Einaudi

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publicado às 18:11

Com longa entrevista feita por Carlos Vaz Marques e com crítica a "Livro" por Luís Carmelo.

 

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publicado às 14:23

Reportagem do jornal Público (Ípsilon), 1 de Outubro de 2010.

 

Por Isabel Coutinho

 

 

Em "Livro" José Luís Peixoto conta uma história que não viveu, mas que os seus pais viveram: a da emigração para França nos anos 60. O escritor foi às Galveias, terra onde nasceu, lançar o seu novo romance.

 

 

 

O salão da Sociedade Filarmónica Galveense, onde José Luís Peixoto costumava ensaiar com a banda, até parecia pequeno, cheio de gente e de fotografias antigas nas paredes. Na primeira fila, atenta, a mãe do escritor - D. Alzira, que ainda vive nas Galveias, perto de Ponte de Sor, Alentejo. A vila que saltou para os seus livros e que está presente mais uma vez neste, "Livro", novo romance. Os amigos de infância, os que andaram com ele na escola, os só conhecidos, os conhecidos dos conhecidos, todos foram, segunda-feira à noite, à sessão de lançamento pedir um autógrafo ao escritor que deu as Galveias a conhecer ao mundo.

 

Aos 36 anos, José Luís Peixoto, "um dos emblemas de Portugal lá fora", como diz o seu editor Francisco José Viegas, volta a ser criança, a espreitar por uma ladeira da terra onde nasceu: "Ali era a casa da minha avó". Mais à frente, aponta para a inscrição em cima da porta da Igreja da Misericórdia de Galveias, "Misericordia tua magna est super me". Lembra que esta é a epígrafe de "Uma casa na escuridão", um dos seus romances.

 

"Independentemente de José Luís Peixoto ser um dos autores portugueses mais traduzidos no mundo, nunca esqueceu a sua raiz e permanece ligado às Galveias", continua Viegas, recordando que o jornal francês "Le Figaro", escreveu que o autor eleva até alturas grandiosas a literatura do seu país.

 

 

A vida de uma vila

 

 

Naquela noite Zé Luís, como todos o tratam, começou a autografar e não conseguiu parar. Cada autógrafo é personalizado e longo. Só assina depois de conversar com quem lhe estende o livro e lhe diz: "É para mim".

 

As Galveias são o seu lugar, são o centro do seu mundo. É inquestionável. Em "Livro" não chama "Galveias" ao lugar onde as personagens vivem apesar de ser o seu romance mais ligado àquela terra. "Não era preciso. Quem o ler - aqui nas Galveias - não tem dúvida do lugar onde se passa. Começa com um episódio na fonte que é, ao detalhe, a das Galveias." Enquanto nos romances anteriores o que estava mais em evidência era "a natureza, a terra", a vila era "mais o monte e os campos"; neste, está a vida da vila: "com as alegrias, as tristezas, os aspectos mais engraçados, os aspectos mais mauzinhos que existem na vida desta vila e de outras".

 

"Começa na fonte, passa pelo terreiro, anda por todas as ruas das Galveias", explica. "Em 'Nenhum Olhar' dei nomes bíblicos às personagens. Neste, todos os nomes são de pessoas das Galveias. Foram escolhidos por serem nomes bonitos que infelizmente estão em desuso. Ilídio, Adelaide, Galopim, Cosme, Josué, D. Milú. Nomes que fui buscar à minha memória. Aqui e ali também há histórias de pessoas que fazem parte da nossa história."

 

O romance também fala de um aspecto que diz muito às Galveias: a emigração para França nos anos 60. Embora no Alentejo a emigração tenha sido mais para outros países, o escritor tinha o exemplo dos pais que emigraram para França e viveram no lugar onde vive o Cosme, uma das personagens: Lagny-sur-Marne (uma das suas irmãs nasceu lá e outra foi muito pequenina).

 

Zé Luís, que nasceu em Setembro de 1974, um ano e meio depois de os seus pais voltarem de França, tinha "essa mitologia", "essa história", desse lugar onde nunca tinha ido mas de que ouvia sempre falar como sendo algo "completamente diferente" da vida que encontrava no Alentejo.

 

Quando regressou a Galveias, o pai, que era carpinteiro, edificou a casa da família numa parte da vila que estava a ser construída por outros emigrantes. Uma irmã da mãe estava emigrada em Inglaterra e "havia essa coisa de chegarem sempre a Galveias com coisas que não conhecíamos, brinquedos, jogos electrónicos, chocolates... Eu sentia muito o peso da importância de ser uma história que pertence a muitas pessoas e que são muito ciosas da sua história. E quem sou eu para estar a conseguir dizê-lo?"

 

Era esse o desafio.

 

"É uma história que já se ouviu muitas vezes. Existe até um estereótipo, que em termos de enredo acaba por ser pouco interessante na medida em que toda a gente a conhece de alguma forma. Não a vivi pessoalmente, mas achava que seria um desafio grande contá-la e capturar essa intensidade."

 

Até agora, o seu método de trabalho tem sido sempre o mesmo: uma ideia inicial a que vai acrescentando outras. "Existe depois um período em que estabeleço uma série de pressupostos, uma série de 'regras' que vão ser pilares na construção daquele texto."

 

Para tentar capturar o que levou tantas pessoas a embarcar numa "aventura tão grande", para a qual é preciso "tanta coragem", como esta de ir viver para um país onde não se conhece a língua, e tem mentalidades e costumes diferentes, Peixoto imaginou muito o que seria chegar a França nos anos 60 ou, para tantos das Galveias, o que seria chegar a Inglaterra ou aos EUA nos anos 70. "Tal como imaginei sempre o que seria para a minha madrinha, que vivia ali no alto da Praça, entrar no hipermercado Continente. Porque eu sempre sabia que ela ficava impressionada com pequenas coisas que havia aqui nas mercearias...", emociona-se.

 

A questão dos pais, ou do pai em particular, tem estado sempre presente na sua obra. "Não consigo ficar indiferente", explica Peixoto, que viu o pai definhar com cancor e escreveu "Morreste-me". Em "Livro" a questão do pai e da filiação é muito importante e de certa forma é uma novidade: porque existem dúvidas acerca do pai.

 

"Eu próprio sou pai - o meu filho mais velho vai fazer 14 anos, o outro vai fazer seis anos. Perceber que para eles eu sou 'o pai', sou aquilo que o meu pai foi para mim... No entanto, sendo eu, tenho oportunidade de perceber o quanto me afasto da forma como via o meu pai. Sou uma pessoa imperfeita, cheia de aspectos prosaicos, não sou nada um ser mitológico. Isso retirou metáforas e possivelmente acrescentou uma série de novos elementos a este livro".

 

Neste romance Ilídio, uma das personagens, tem seis anos e vai percebendo que a mãe o deixou e nunca mais volta. "A minha forma de tentar dar vida às personagens é misturar-me com elas. Dar-lhes a minha vida.". Por isso uma das cenas mais forte deste romance resultou da experiência de estar próximo de crianas. "De certa maneira esse sentimento que é sugerido naquele primeiro capítulo acaba por estabelecer um sentimento de orfandade, de que estamos todos de certa forma entregues a nós próprios e temos de traçar o nosso caminho. O conforto que não tivemos não nos vai ser dado. Se não o tivemos naquele momento, não vale a pena passarmos a vida a tentar tê-lo por dívida antiga."

 

 

O enredo e o estilo

 

 

Peixoto, que se formou em Línguas e Literaturas Modernas e deu aulas de Inglês e recebeu o Prémio José Saramago em 2001, quis dar mais valor ao enredo neste romance, sobrepô-lo ao estilo.

 

No entanto, há uma particularidade. "Livro" tem uma primeira parte realista (até à página 204), a que depois é acrescentada uma segunda parte desconstrutivista. "De certa maneira, o livro escangalha-se", ri-se. "Antes de começar a escrever a primeira palavra eu já tinha a ideia de que no final ia existir algo de muito extravagante. Já tinha a ideia de tentar que aquele livro que é pousado nas mãos do filho, na primeira frase, que foi a primeira frase que escrevi, se transformasse no próprio livro que a pessoa tem nas mãos. Que existisse essa auto-referencialidade."

 

Colocou círculos à volta de palavras, fez brincadeiras à Raymond Queneau, coisas lúdicas à OuLiPo. "Achei que dava lógica ao que estava antes. Alguns aspectos que possam ser menos realistas na primeira parte, ficam relativizados por percebermos que aquela história não foi vivida na primeira pessoa: é uma súmula de informação que se foi recolhendo, contada por algumas das personagens, adquirida de de diversas maneiras."

 

Outra novidade é a linguagem.

 

Há uma família encostada a uma das paredes do salão onde decorre o lançamento, todas mulheres, várias gerações. Ao ouvi-las não há dúvida de que foi dali que veio este romance onde uma das personagens é "a filha do Pulguinhas Pequeno, a neta do Pulguinhas".

 

D. Antónia acaba de receber um autógrafo e Zé Luís diz-lhe a Pulguinhas do livro não é ninguém em especial. Dona Antónia tem orgulho em ser Pulguinhas, de nome. Nas Galveias existem muitos Pulguinhas e muitas Pulguinhas. "Deram-me uma picadela e dei estas Pulguinhas todas", diz a mulher mais velha e todas riem. D. Antónia ainda não leu o livro mas sabe bem daquela história: os seus filhos estão emigrados em Inglaterra. "Cá não há mprego, Portugal está mesmo um caos. Até tenho pena. De quê? De os nossos filhos estarem lá. Também o que vêm para cá fazer? Arrancar ervas?! A vida está difícil em toda a parte." Alguém puxa o "Livro" para si, "Dona Antónia, posso ver?" Lê alto.

 

O escritor, que começou a publicar nas páginas do "DN Jovem" e lançou o seu primeiro livro numa edição de autor, utiliza a linguagem do dia-a-dia no Alentejo ou típica dos que emigraram para França. "Tive de fazer algumas cedências porque havia palavras que ninguém conhecia, de outras não abdiquei", explica. "É impressionante, por exemplo, que o verbo 'amarguçar' não exista no dicionário. O adjectivo 'plancho' também não existe! Tive de colocar estas palavras num livro na esperança de que no futuro alguém as coloque no dicionário! Porque eu só do tempo em que nós 'amarguçávamos' quando íamos jogar aos 'esconderêros'. Eu pergunto às pessoas se elas sabem o que são os 'esonderêros', ninguém sabe. É incrível!", ri-se o escritor que deve à mãe "ter tido esta oportunidade de encontrar a vocação na escrita. A minha mãe é incansável nessa narrativa permanente e tem um vocabulário vastíssimo que em muita medida está presente neste romance e que tem por vezes corruptelas, como 'desentropeçar' que é desentorpecer. Ou em vez de polaco, 'polonés'. Foi uma marca do português tocado pelo francês que não resisti a colocar. Cá as personagens não conheciam a palavra polaco e aprenderam-na em França pela primeira vez como 'polonês'. Na segunda parte do romance, há uma grande concentração de palavras como as 'auto-rutas', os fogos 'ruges', as 'embutelhagens'. Se o 'cocktail dinatoire', o 'dress code' e o 'after-party' são aceites e até fazem parte de alguma coisa que é valorizada, por que se desprezam as 'vacanças' que têm uma origem semelhante? Porque é que um cocktail dinatoire é mais bonito do que um lanche ajantarado?"

 

Naquela segunda-feira, Zé Luís levou para a mãe. D. Alzira, o primeiro exemplar do livro. Ela sabe bem do que se trata. Foi para França aos 23 anos e aí ficou seis anos. Conversou muito com o filho enquanto ele estava a escrever. As pessoas das Galveias levam 'muito a peito' tudo o que ele coloca nos livros. "Não é uma realidade. Ele mistura pormenores com ficção. E as pessoas ficam a pensar que é verdade." Num texto escreveu que a mãe tinha ido ao médico ao hospital. Foi uma trabalheira para D. Alzira. Ninguém acreditava que não era verdade, que ela não estava doente. "Pensavam que eu estava a esconder o assunto", conta.

 

"Não sabia ler e já era doido por livros. Antes de entrar para a escola, tínhamos de lhe ler banda-desenhada e histórias. Dizia: 'Tomara que o rapaz cresça porque era uma canseira'", brinca. Sabe que pertencer ao mundo dos livros é a felicidade do filho que nasceu numa terra onde só havia a biblioteca itinerante. "Nasceu para isto." Que o faça "dentro do modo que sabe fazer", deixa-a muito feliz.

 

O périplo para o lançamento de "Livro" começou nas Galveias e Peixoto fará 40 apresentações em várias localidades do país, participa num festival em França e fará apresentações em Paris, uma delas na Sorbonne. Em Novembro vai ao Chile e, em Dezembro, a Inglaterra. O ano passado, esteve no Uruguai, Canadá, Roménia e Brasil.

 

"Livro" foi escrito em Lisboa e em cinco semanas de Nova Iorque, depois de ter regressado do lançamento de "Nenhum Olhar" na Índia, onde tinha estado 20 dias e de onde "vinha cheio de estímulos e de vontade de escrever".

 

A sua vida é isto: quase mais tempo fora de Portugal do que aqui, o que lhe atrasa a escrita.

 

Foi graças a Liz Calder, a editora inglesa que inventou a Feira Literária Internacional de Paraty, que "Nenhum Olhar" foi publicado na editora Bloomsbury, numa tradução feita por Richard Zenith. O "Financial Times" incluiu-o na lista dos melhores livros publicados em Inglaterra em 2007. Saiu depois nas EUA na editora de Nan A. Talese (a mulher de Gay Talese), do famoso grupo Random House. Prestes a sair em Inglaterra está "Cemitério de Pianos", traduzido por Daniel Hahn, tradutor de Saramago e de Agualusa. José Luís Peixoto é o único autor português representado pela agência literária Curtis Brown que representa também Margaret Atwood, William Boyd, John Le Carré, Richard Ford, David Lodge, etc. Quando regressa às Galveias, sabe que muito mudou. "A principal mudança nas Galveias sou eu. Já não sou a pessoa que andava lá a correr", diz, nunca esquecendo que só começou a escrever sobre as Galveias quando deixou de viver lá.

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publicado às 13:08

Por Pedro Dias de Almeida

 

José Luís Peixoto diz-nos, sentado na esplanada de um jardim lisboeta: "sei o peso que tem chamar Livro a um romance." Dentro do próprio... livro aborda-se esta questão: "Livro sugere perigosamente o livro, artigo definido que esta sucessão de páginas, por mais encadernada, nunca merece", ler-se-á, a páginas tantas. Mas o escritor não hesitou em aceitar essa missão que se impôs a si próprio. E este Livro é obra de uma enorme ambição.

 

Podemos dizer que o novo romance de José Luís Peixoto é sobre a vaga de emigração de portugueses para França nos anos 50/60 do século passado, mas não ficará tudo dito, longe disso.

 

 

"Um romance patriota"

 

O autor apanha-nos com a frase inicial - "A mãe pousou o livro nas mãos do filho" - e leva-nos pelas ruas, quelhas, fontes, becos e casas de uma vila - com geografia decalcada do mapa real das Galveias, reconhece o escritor que ali nasceu em setembro de 1974 - entre personagens com nomes como Ilídio, Adelaide, Josué, Cosme, Galopim, a velha Lubélia (pode o estilo de um escritor ser reconhecível até na escolha dos nomes para os seus personagens?).

Nessas andanças ainda não sabemos que o livro do título é muito mais do que "o livro nas mãos do filho" (mas esse episódio descansa o leitor, desde o primeiro momento, quanto à ousadia do título), ainda não sabemos que há mais livros dentro do livro.

 

Na primeira parte, que se estende por cerca de 200 páginas, é-nos apresentado um enredo bem urdido, uma narrativa clássica que nos suga lá para dentro, até estarmos às escuras, tropeçando pelos campos noturnos, ao lado de Ilídio e de Cosme, a caminho de uma França desconhecida, mítica, utópica; ou ao lado de Adelaide, exausta, em cima de um camião cheio de homens, cobertos por uma lona com cheiro "a borracha e a terra seca", a caminho dessa mesma França que só tinha a existência de sonho, sem imagens. Adelaide e Ilídio, um amor desencontrado, e nós a acompanhá-los, passo a passo, sem nada podermos fazer para os aproximar de novo. O Livro podia ser só esta primeira parte, assim, começando na vila e suas pequenas estórias, levando-nos com sacrifício para França, apresentando-nos, depois, as rotinas de Champigny e Saint-Denis, no momento em que Paris ganha estatuto de realidade espantosa para estas personagens. Podia ser só isto, e estava bem. Mas não.

 

Se, na primeira parte, há espaço para a descrição realista de uma matança de porco (José Luís Peixoto é o melhor dos jovens escritores portugueses a lidar com uma certa ruralidade) ou das sessões em que a população da vila se juntava na Casa do Povo para ouvir "telefonia", na segunda parte fala-se de Michel Houellebecq ou de Voyage au Bout de la Nuit, de Celine, fala-se de Sylvia Plath e cita-se Voltaire, em francês, sobre Shakespeare. Descobrimos, enfim, quem era o narrador que nos contava a história até esse momento. E a história, afinal, continua.

 

Sim, Livro é uma obra ambiciosa. "Não existia o romance que tratasse o tema da emigração portuguesa para França como eu achava que devia ser tratado", diz o escritor. "E, mal ou bem, era importante fazê-lo." O que torna este romance, centrado em acontecimentos do século passado, absolutamente contemporâneo, é sobretudo o lugar de onde se olha. José Luís Peixoto escolheu para protagonista (a tal personagem que, na segunda parte, se revela como narrador) alguém com quem se pudesse identificar, desde logo por uma questão geracional - ambos nasceram logo a seguir ao 25 de abril de 1974 - mas também, por exemplo, pelo interesse partilhado por literatura.

 

Uma das razões apontadas pelo escritor para a ausência de um romance como este, com esta temática, na literatura portuguesa, reside no facto de, nas famílias que atravessaram este processo, só a sua geração ter conquistado as ferramentas e as referências para o escrever. É com orgulho assumido que José Luís Peixoto recorda os seus avós que não sabiam ler nem escrever, ou os seus pais, que fizeram, como milhares de portugueses, esse percurso França-Portugal e "nunca imaginariam que o seu filho iria, um dia, ganhar a vida escrevendo livros."

 

"O protagonista do meu livro vai tentar saber de onde é que vem. Como ele, faço parte de uma geração que nasceu quase com uma orfandade de memória, crescemos a ouvir dizer que não vivemos a revolução, não vivemos a guerra colonial, não vivemos essa vaga de emigração..." José Luís Peixoto impressiona-se com as mudanças profundas que Portugal registou nas últimas décadas e talvez seja esse, afinal, o tema maior deste Livro - as investigações de António Barreto sobre essas mudanças foram, diz, uma fonte muito útil. Impressiona-o, sobremaneira, a passagem de um quadro de ruralidade para urbanidade, mesmo cosmopolitismo - passagem essa que ecoa na sua própria vida e que acontece, também, ao longo das 264 páginas deste romance. "Dizemos tantas vezes mal do nosso país, que, às vezes, esquecemos o sprint de Portugal nos últimos 40/50 anos - há uma diferença abissal nas condições de vida dos portugueses."

 

A vertente política é uma das novidades que o escritor reconhece ter acrescentado à sua obra anterior com este novo romance. Há um objectivo maior por detrás deste grande Livro? Há, mesmo que não tenha sido esse o farol que, desde o início, guiou os passos do escritor. José Luís Peixoto não hesita em falar de "heroicizar os portugueses, o povo português". Não hesita mesmo em dizê-lo com todas as letras: "É um romance patriota."

 

 

Leitor solitário

 

Por estes dias, José Luís Peixoto é uma das figuras da rentrée literária nacional. Uma posição que ocupa confortavelmente, mesmo sabendo que estes rituais podem ser tão efémeros como os foguetes lançados pelo barbeiro da vila. Na segunda parte, quando o tom muda, e encontramos o protagonista a dirigir-se a nós na primeira pessoa, podemos ler: "O título do último livro que terminei de ler foi Les Particules Élémentaires, de Michel Houellebecq. Já sei que é uma leitura tardia. Instalou-se a ideia de que romances destes têm de ser lidos na estação em que são publicados ou, pelo menos, nas semanas em que começam a ser defendidos por uns e arrasados por outros. (...) Acalento a imagem de leitor solitário, único leitor de páginas que as multidões já esqueceram." Este Livro, asseguramos nós, vai aguentar bem a passagem do tempo e pode ser lido, solitariamente, quando a rentrée de 2010 for só um conceito ultrapassado, absurdo e inútil.

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publicado às 19:02

Romance-resumo

21.09.10

Crítica a Livro, in Jornal de Letras

Por Miguel Real

 

Desde a década de 60 que a historiografia do romance português tem provado que não só a forma (a estrutura) ilumina o conteúdo como marca indelevelmente a singularidade de cada narrativa, prestando-lhe um rosto literário específico. Estamos hoje longe, cronológica e teoreticamente, do tempo em que da prisão "António Vale"/Álvaro Cunhal ditava não ter qualquer razão de ser "a objecção de que a sobreposição do conteúdo à forma não é fecunda no ato de criação artística. No próprio processo de criação, como norma para alcançar um nível superior, é válido o princípio - primeiro o conteúdo", bem como o tempo em que Almeida Faria e Nuno Bragança submetiam o conteúdo narrativo ao primado da forma.

 

Possivelmente, o novo romance de José Luís Peixoto, Livro, ficará na história da literatura portuguesa como o símbolo máximo da sobredeterminação da forma face ao conteúdo. Com efeito, se o autor tivesse optado por outra organização estrutural, o romance, ainda que com o mesmo conteúdo, seria todo outro, radicalmente outro.

 

Neste sentido, dando primazia à forma, Livro é, espantosamente, uma síntese da história do romance português desde Eça e Camilo.

 

Primeiro, quando ao conteúdo, é profundamente realista ("a realidade bem observada e a observação bem exprimida", Eça), narrando a história de uma família desencontrada (sem apelido) e de uma vila (sem nome) portuguesas ao longo de 70 anos do século XX, descrevendo situações típicas do subdesenvolvimento do interior rural, bem como da reacção campesina, emigrando para França, na década de 60.

 

Segundo, Livro abandona-se, não raro, ao naturalismo (vida de Galopim e do irmão deficiente; mulher lobo na raia entre Portugal e Espanha; a morte da velha Lubélia; a existência diária do Daquele da Sorna...).

 

Terceiro, com a adolescência de Livro (nome do narrador personagem, não título do romance) em Paris, os "eus" psicológicos, até então profundamente sólidos, dotados de entidade pessoal, estilhaçam-se, multiplicando as pulsões no seu interior (Livro opera uma deriva existencial; Adelaide, sua mãe, divide-se interiormente entre educação portuguesa provinciana e os novos costumes parisienses; Constantino, seu putativo pai, falhado o maio de 68 e a Revolução dos Cravos, esquizofreniza-se, incorporando a figura revolucionária de "Lenine", tratando o filho por pai e a mulher por mãe). É a pulsão "presencista" (psicologista) do romance português, nomeadamente a multiplicação dos "eus" de O Jogo da Cabra Cega (1934), de José Régio.

 

Em quarto lugar, criticando o neorrealismo (p. 238), o narrador assume, na segunda parte, o desconstrutivismo das décadas de 60 e de 70, o fragmentarismo, a auto-referencialidade, o pós-modernismo (p.227), a confluência sincrética, por vezes caótica, de estilos, de textos de proveniência diversa (citação amiúde de nomes de autores, listas de livros, inquérito ao leitor...), evidencia o intelectualoidismo narrativo próprio daquelas décadas (grafia de "Heraclito, o Efésio" em grego clássico), o privilégio da conotação face à denotação...

 

Em quinto lugar, enquanto totalidade romanesca, recupera a categoria de "grande narrativa" (décadas de 80 e 90) como arte de contar uma história com princípio, meio e fim (as vidas de Adelaide e Ilídio).

 

Assim, Livro estatui-se, tanto estilisticamente quanto ao nível do conteúdo, como um romance resumo da história do romance português de Eça de Queirós a Francisco José Viegas. Parafraseando Pessoa, Livro é uma espécie de novelo narrativo com a ponta virada para fora, puxada a qual se desenrola a nossos olhos a história portuguesa dos últimos 70 anos (Salazar e a Pide; os párocos de aldeia, coniventes com o poder político; a miséria dos campos; os ricos - a família de Dona Milú - e os pobres - a vila inteira, sem esgotos, sem ruas alcatroadas, sem água canalizada; a história da emigração; o 25 de abril e a adesão à Europa; a riqueza de pato-bravo dos emigrantes; as casas de fachada forrada de azulejos de casa de banho...).

 

De forma circular, automanifestando a génese do narrador e das condições existenciais da narração, operando por vezes um diálogo explícito com o narratário (p.247), substituindo os capítulos clássicos por fragmentos titulados por letras, números e datas, jogando um puzzle de peças soltas unificadas pela consciência do leitor, Livro constitui um magnífico retrato, à entrada do século XXI, do modo de narração de uma história, simultaneamente obedecendo e subvertendo a tirania da cronologia.

 

História de uma dupla educação (Ilídio e Livro), José Luís Peixoto mantém o seu lirismo singular em Livro, estatuindo a frase entre a racionalidade do realismo descritivo e a emoção do verso poético. Porém, à medida que nos afastamos de Morreste-me e de Nenhum Olhar, suas primeiras narrativas, o lirismo tem vido a perder uma carga hiperbolizante, denotada pela figura da reiteração, amplificando fragmentos de sentido na consciência do leitor, tornando-se pragmaticamente comedido. De qualquer modo, Livro possui a explícita marca do lirismo, com o princípio da subjectividade do narrador, envolvendo e dominando o princípio da objetividade (o realismo). Lexicalmente, assiste-se a confluência entre um vocabulário rural e um vocabulário urbano, e, por vezes, sobretudo nas falas de Cosme da segunda parte, explicita-se o patuá da emigração portuguesa para França.

 

Se deveras não nos irritasse o prefixo da palavra "pós-modernismo" (uma mera moda literária que preenche a ausência da palavra correta que a todos nos falta para designar a literatura de hoje), estaríamos tentados a classificar Livro como o grande romance do pós-modernismo português. Preferimos, antes, chamar a atenção do leitor para o facto, iniludível, de que, com Livro, se inicia a maturidade literária de um grande escritor.

 

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publicado às 18:40



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