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No âmbito do lançamento das edições gregas dos romances Galveias (ΓΚΑΛΒΕΪΑΣ) e Livro (ΒΙΒΛΙΟ), José Luís Peixoto estará presente nas seguintes actividades:

 

15 junho, 12h00 - Books Plus/Art & Coffee, 37 Panepistimiou, Athens

 

15 junho, 20h30 - Lançamento dos romances "Galveias" e "Livro", Stoa tou Bibliou (Στοά του Βιβλίου), Pesmazoglou 5, Athens 

 

16 junho, 20h30 - Polis Art Café, Pesmazoglou 5, Athens

 

 

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publicado às 22:57

Estar de bem

13.06.17

         Temos mesmo de odiar aqueles com quem não concordamos?

       Os seus gestos e palavras incomodam-nos. Às vezes, é a sua própria presença que nos incomoda. Aparecem na televisão e mudamos de canal. Se insistirem nos comentários, bloqueamo-los no facebook. Pergunto: se tivéssemos todo o poder, se não fôssemos julgados por ninguém, se bastasse estalar os dedos para que se cumprisse a nossa vontade, o que lhes faríamos?

       A resposta a esta pergunta diz mais sobre nós do que sobre eles. É fundamental possuirmos uma ideia acerca de como gostaríamos que o mundo fosse, uma direção; mas, parece-me, também importa que, nesse ideal, encontremos um espaço para os que discordam dele. Uma utopia em que todos acreditem no mesmo é fácil de construir.

       Nós existimos com os outros e, muitas vezes, por causa dos outros. A existência dos outros reflete a nossa, alarga-a e, claro, o mesmo acontece na direção oposta. Nós e os outros somos uma espécie de espelho. Mas há uma diferença fundamental: a nossa sensibilidade é-nos intrínseca, reconhecermos a sensibilidade dos outros requer um esforço intelectual de empatia.

       Criticar os outros, agindo da mesma maneira, é incoerente, não faz sentido, a não ser que estejamos convencidos de que o nosso principal valor é sermos nós.

       Pode acontecer que não estejamos a considerar os outros em todas as suas dimensões. Se aceitamos que são seres humanos, temos de reconhecer-lhes humanidade. Há aquilo em que não estamos de acordo e que pode magoar-nos se for importante, se for violento, mas é muito provável que exista uma enorme quantidade de assuntos em que pensamos exatamente a mesma coisa. Estar disponível para essa procura é querer saber mais, não ter medo de saber mais.

       Eles discordam de nós, eles decidiram dedicar a sua vida a combater aquilo que achamos certo. Esse ponto de vista custa-nos porque, afinal, nós prezamos a opinião deles. Eles têm importância para nós. Admiti-lo não é um sinal da nossa fraqueza, é um sinal da nossa força.

       Temos mesmo de odiar aqueles com quem não concordamos?

       Claro que não, apenas temos de odiar o ódio.

 

 

José Luís Peixoto, in Notícias Magazine (11 de junho de 2017)

 

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publicado às 21:56

"Agora muda tudo" - Concerto  de Aniversário da Temporada Darcos para a voz de Maria João, com música de Nuno Côrte Real e letras de José Luís Peixoto

2 junho - Torres Vedras (Teatro-Cine)

3 junho - Porto (Serralves)

4 junho - Lisboa (CCB)

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publicado às 17:28

No âmbito do lançamento das edições croatas dos romances Galveias e Livro (Knjiga), José Luís Peixoto estará presente em atividades no Studentski centar da Universidade de Zagreb no dia 29 de maio, às 19h, e no dia 30 de maio, às 20h30.

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publicado às 01:45

I test missilistici della Corea del Nord non sono iniziati con l’elezione di Trump. Nell’aprile 2012, appena salito al potere, il giovane Kim Jong-un spedì in aria il suo primo razzo a lungo raggio, che esplose circa un minuto dopo il lancio. Il missile arrivò ad un’altitudine di 94 miglia, quando invece avrebbe dovuto raggiungere le 310 per riuscire a collocare un satellite in orbita. Gli Stati Uniti dubitarono di quelle intenzioni, insinuando che si trattasse di un test missilistico segreto e inasprendo così le sanzioni già in vigore. Si stima che, dal 2012, la Corea del Nord abbia condotto cinque test nucleari e una cinquantina di lanci di missili balistici. L’ultimo di questi, avvenuto il 29 aprile scorso, non è riuscito a superare il confine nazionale ed è ricaduto a terra. Anche il precedente tentativo, registrato il 16 aprile, è stato un fallimento: il razzo è caduto poco dopo il lancio.

 

La Corea del Nord è un paese in cui circolano ancora camion alimentati a legna. Nella parte posteriore hanno una specie di caldaia, e un soldato, seduto accanto ad un mucchietto di legna accatastata. Emanano un fumo denso e bianco, avanzano molto lentamente. I camion Sungri-58 iniziarono ad essere prodotti in Corea del Nord nel 1958, fino alla metà degli anni ’60. Ancora oggi se ne trovano molti, soprattutto sul ciglio delle strade, con due o tre uomini in piedi davanti ad un cofano aperto alle prese con una qualche avaria. La Corea del Nord è un paese in cui si riutilizza ogni chiodo arrugginito, in cui tutto può essere rattoppato mille volte.

 

La povertà è difficilmente riconoscibile per la maggior parte dei turisti in visita nel paese. Da una parte, la grande povertà non esiste nella capitale, o nei luoghi in cui si recano abitualmente gli stranieri. Nonostante la mancanza di energia e altre varie carenze, le élite privilegiate vivono proprio nella capitale. Non circolano camion alimentati a legna tra i viali di Pyongyang. D’altra parte, in base alle proprie esperienze, gli stranieri identificano la miseria con il disordine e il degrado dello spazio pubblico. Ma è difficile riscontrare tali situazioni in Corea del Nord: tutto ha sempre un ottimo aspetto, da fuori.

 

Ci sono comunque dei dati relativi alla povertà. Le varie organizzazioni non-governative attive nel campo riferiscono che un quarto dei bambini del paese soffre di malnutrizione, con conseguenze come l’atrofia, il rachitismo, l’anemia, ecc.

 

Ho avuto l’opportunità di vedere con i miei occhi varie immagini di questa grande povertà nell’Est del paese, in particolare nelle regioni di Hamhung e Pujon. Dal 2012 ad oggi, ho fatto quattro viaggi in Corea del Nord. Uno di questi è durato quasi tre settimane, e insieme a diverse letture ed altre fonti d’informazione è servito da base per la redazione del libro Dentro do Segredo, uma viagem na Coreia do Norte. In quelle occasioni ho avuto modo di vedere e fotografare molti Sungri-58. Non ho dimenticato i bambini incontrati nelle regioni rurali e nelle città più remote: poco vestiti contro il freddo, sporchi, estremamente magri, lo sguardo perso, la paura, la diffidenza.

 

Sempre dal vivo, ho potuto assistere a due enormi parate militari a Pyongyang – nell’aprile 2012, per i 100 anni di Kim Il-sung, e nell’ottobre 2015, per i 70 anni del Partito dei Lavoratori di Corea. Nei giorni di festa in città arrivano migliaia di persone. Lungo diversi chilometri, negli ampi viali si riversano folle che acclamano e sventolano fiori ai militari, i quali sfilano sorridenti nelle loro migliori uniformi e dall’alto di veicoli da combattimento. Le piccole jeep procedono per prime, seguite da vetture che mano a mano aumentano in dimensioni e potere distruttivo. Si arriva all’apogeo con il passaggio dei missili, esibiti per la prima volta proprio nella sfilata del 2012. Parallelamente, nel cielo gli aerei si esibiscono in formazioni acrobatiche, lanciando scie di fumo colorato.

 

Durante queste sfilate i nord-coreani sono i soli a non accorgersi di quanto quelle macchine siano obsolete. Il fumo dei tubi di scappamento lascia l’aria irrespirabile, il loro rumore non permette di conversare. Anche da terra si nota che gli aerei sono ormai datati, come i MiG, fabbricati in Unione Sovietica negli anni ’50 e ’60 del secolo scorso. E se lo so io, lo sanno anche i servizi segreti americani.

 

Sono stato ad entrambe le estremità del parallelo 38. Ho visto la Corea del Sud dal lato nord, ed ho visto la Corea del Nord dal lato sud. Il punto più teso della frontiera è separato dal centro di Seul da meno di 60 chilometri. Eppure, quando si parla con i sud-coreani di questo argomento, raramente si dimostrano apprensivi o timorosi. Il sentimento più diffuso è la pena. In Corea del Sud, la popolazione conosce la reale situazione della penisola molto meglio di quanto non possa fare un lettore di giornali occidentale. Conosce la povertà, l’arretratezza tecnologica e militare, e sa anche che le minacce del regime di Pyongyang esistono ininterrottamente da decenni. Non sono mai cessate, e non sono iniziate con l’elezione di Trump.

 

Di recente gli Stati Uniti hanno installato un sistema di difesa antimissili nel territorio della Corea del Sud. Le notizie flash occidentali hanno sottolineato l’opposizione della Cina, lasciando intendere che questa presa di posizione sia dovuta alla difesa degli interessi della Corea del Nord, sua supposta alleata. Eppure, chi si è preso la briga di cercare articoli un po’ più lunghi e approfonditi, si è presto reso conto che la Cina si oppone perché teme che le sue proprie informazioni diventino permeabili al potente radar del sistema antimissili americano.

 

D’altronde, è curiosa la quasi totale assenza nella stampa occidentale di notizie riguardanti le manifestazioni dei sud-coreani contro l’installazione del sistema antimissili americano. Temendo le radiazioni emesse dal radar, tali manifestazioni sono terminate in violenti scontri con la polizia. Come si spiega che la popolazione sia più preoccupata dalle radiazioni che da una minaccia nucleare a pochi chilometri di distanza? Si tratta di gente che non si informa soltanto attraverso Fox News.

 

Le relazioni diplomatiche con la Cina sono solo un esempio dei numerosi equivoci, più o meno velati, che imperversano nella stampa occidentale dedicata al tema. Lo scorso febbraio la Cina ha smesso di comprare dalla Corea del Nord il carbone, che costituiva la principale, se non l’unica, esportazione del paese. Nello stesso periodo, i voli di Air China per Pyongyang sono stati interrotti. Sono anni che la Cina, pubblicamente e ripetutamente, chiede alla Corea del Nord di sospendere i test missilistici, ma senza ottenere alcun risultato. Nel 2013, Kim Jong-un ha ordinato l’esecuzione di suo zio, un alto ufficiale del regime, accusandolo di eccessiva simpatia nei confronti dei modelli economici cinesi. Si potrebbero facilmente elencare altri segnali che testimoniano l’assenza di relazioni tra Pechino e Pyongyang, l’eloquenza non manca negli scaffali vuoti della Corea del Nord, ma nonostante tutto si continuano a diffondere ovunque notizie di una loro alleanza.

 

La semplificazione, l’eliminazione di alcuni temi e l’esaltazione di altri sono i principali peccati della stampa internazionale nei confronti di questo argomento. Un altro esempio: il 7 maggio in Corea del Nord è stato arrestato un cittadino americano. Attualmente, dietro le sbarre nord-coreane ci sono 4 prigionieri americani. Dall’inizio del XXI secolo, e includendo questi ultimi, la Corea del Nord ha arrestato 17 stranieri: 15 nordamericani, 1 canadese e 1 australiano. Questi arresti hanno sempre trovato un’ampia eco nei media: le confessioni pubbliche, le condanne esagerate e senza possibilità di ricorso – otto, dieci, quindici anni nei campi di lavoro. Ma chi sa cos’è successo dopo? Di tutti gli americani arrestati in Corea del Nord, solo 3 non sono stati rilasciati prima dello scadere del primo anno. Tra loro, molti hanno scritto libri e tentato di promuovere la propria storia. Nessuno ha avuto successo. La stampa non si è preoccupata di raccontare di stanze d’hotel con guardie alla porta e, dopo mesi o settimane, la liberazione grazie all’intervento della diplomazia nordamericana.

 

La Corea del Nord è un paese senza risorse naturali contese internazionalmente. Ci sono dati oggettivi che dimostrano l’insignificanza del suo potere militare. Le minacce fanno parte del suo discorso da sempre, con programmi interni ed esterni. Ma quindi, perché attaccare la Corea del Nord? I più ingenui motivano con l’estrema povertà alla quale il regime assoggetta il suo popolo. A volte però ci si dimentica che gli Stati Uniti intrattengono eccellenti relazioni con paesi come il Chad, uno dei più poveri al mondo nonostante gli oltre 100 mila barili quotidiani di petrolio che i texani della Exxon Mobil ritirano ogni giorno dal suo suolo. Ci si dimentica dell’India, per esempio, che conta circa 170 milioni di poveri – individui che sopravvivono con meno di 2 dollari al giorno. Perché attaccare la Corea del Nord? Altri, altrettanto ingenui, rispondono che si tratta di un paese in cui regna una dittatura terribile. Due parole per questi disattenti: Arabia Saudita. Senza trovare riscontro all’interno della sua stessa istituzione, il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha lanciato un allarme riguardo le frequenti pratiche di tortura ed altre forme di trattamento degradante nel sistema giudiziario saudita. Si tratta di un paese nel quale le donne hanno conquistato il diritto di andare dal medico senza chiedere il permesso agli uomini solo una settimana fa. Ma continuano a non poter guidare, né occupare una qualunque carica istituzionale, per esempio. Ed è proprio l’Arabia Saudita il paese che il presidente degli Stati Uniti ha scelto per iniziare il suo primo viaggio ufficiale all’estero.

 

Salvare un popolo bombardandolo, ammazzando migliaia di innocenti per salvarne altrettanti, significa non riconoscere il valore dell’altro. Significa pensare come Kim Jong-un. Significa giudicare con una superficialità criminale, assassina.

 

Ma se la Corea del Nord è sempre la stessa, perché si è verificato il cosiddetto “aumento di tensione”? Cos’è cambiato?

 

È cambiato il presidente degli Stati Uniti. Donald Trump – riflettendoci, è facile dimenticarsi che il presidente degli Stati Uniti è Donald Trump, quello di twitter, del parrucchino, delle fake news. Sarà che Trump ha qualcosa da guadagnarci, in termini di notorietà interna ed esterna, in un conflitto e nella sua conseguente vittoria militare in Corea del Nord? Se messo di fianco ad un bad guy come Kim Jong-un, anche un Trump sembra un good guy.

 

Oggi la popolazione della Corea del Nord supera i 25 milioni di persone. L’anno scorso, Tony Blair ha presentato le sue pallide scuse in seguito alla conferma dell’assenza di armi di distruzioni di massa in Iraq – motivo scatenante di una guerra che uccise 113 mila civili. Vogliamo ripetere la storia?

 

Non sto difendendo il regime della Corea del Nord. Siamo arrivati ad un punto in cui mi sento obbligato a giustificarmi per il semplice fatto di non dire quello che dicono tutti. Il tema è diventato talmente o bianco o nero, talmente buoni versus cattivi, che anche a fronte di informazioni altamente superficiali chiunque si sente in diritto di strillare insulti a lettere maiuscole nella casella dei commenti, colmi di certezze che pendono da un lato o dall’altro. Oltretutto, la penisola coreana è abbastanza distante da rendere il dibattito puramente astratto, con discorsi che servono icone a fantasmi.

 

Nel mezzo, tra le parole, tra i missili, ci sono 25 milioni di persone. Non sono una massa omogenea e informe, sono persone, sono un numero immenso di persone. Contrariamente da quanto si continua a scrivere e ripetere, la Corea del Nord non è Kim Jong-un. La Corea del Nord sono quelle persone. A loro, chi pensa?

 

José Luís Peixoto

Tradotto da Alessandra Cerioli

 

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publicado às 10:05

  

Os testes de armamento na Coreia do Norte não começaram com a eleição de Trump. Em abril de 2012, mal chegou ao poder, o jovem Kim Jong-un lançou o seu primeiro foguete de longo alcance. Explodiu no ar cerca de um minuto após o lançamento. Atingiu uma altitude de 94 milhas, quando deveria ter chegado às 310 para atingir o objetivo de colocar um satélite em órbita. Os Estados Unidos duvidaram dessas intenções, insinuaram tratar-se de um teste de mísseis encoberto e endureceram as sanções que já estavam em vigor. Desde 2012, estima-se que a Coreia do Norte tenha levado a cabo cinco testes de armamento nuclear e cerca de cinquenta disparos de mísseis balísticos. O último destes, a 29 de abril deste ano, não chegou a sair do território nacional, tendo caído em terra. O anterior, a 16 de abril, também foi um fracasso, caiu logo após o lançamento.

 

A Coreia do Norte é um país onde ainda circulam camionetas movidas a lenha. Atrás, na caixa de carga, têm uma caldeira e um soldado sentado ao lado de uma pilha de lenha. Lançam um fumo denso e branco, andam muito devagar. As camionetas Sungri-58 começaram a ser produzidas na Coreia do Norte a partir de 1958, até meados dos anos 60. Hoje, ainda se encontram muitas. Sobretudo na berma das estradas, com dois ou três homens parados diante de um capô aberto, a tentarem consertar uma avaria. A Coreia do Norte é um país onde se aproveita cada prego enferrujado, onde tudo é remendado mil vezes.

 

A pobreza é pouco visível para a maioria dos turistas que visitam o país. Por um lado, a grande pobreza não existe na capital ou nos lugares que os estrangeiros costumam visitar. Apesar das faltas de energia e outras carências, é na capital que vivem as elites mais privilegiadas. Não há camionetas a lenha a circular nas avenidas de Pyongyang. Por outro lado, de acordo com as suas referências, os estrangeiros associam a miséria à desordem, à incúria do espaço público. Eis algo difícil de testemunhar na Coreia do Norte. Tudo está sempre muito apresentável por fora.

 

Ainda assim, há dados sobre essa pobreza. As várias organizações não-governamentais no terreno referem que um quarto das crianças do país sofrem de malnutrição, o que se repercute em atrofia, raquitismo, anemia, etc.

 

Tive oportunidade de assistir a imagens dessa grande pobreza no leste do país, nomeadamente nas regiões de Hamhung e Pujon. Desde 2012, fiz quatro viagens à Coreia do Norte. Uma delas durou quase três semanas e, adicionada a múltiplas leituras e outras fontes de informação, serviu de base para a escrita do livro Dentro do Segredo, uma viagem na Coreia do Norte. Nestas ocasiões, já vi e fotografei muitos Sungri-58. Não esqueço as crianças que tenho encontrado nas regiões rurais e nas cidades mais remotas: mal vestidas para o frio, sujas, extremamente magras, os olhares perdidos, medo e desconfiança.

 

Foi também ao vivo que assisti por duas vezes a enormes desfiles militares em Pyongyang — em abril de 2012, nos 100 anos de Kim Il-sung; em outubro de 2015, nos 70 anos do Partido dos Trabalhadores da Coreia. Nesses dias de festa, milhares de pessoas chegam de fora da cidade. Ao longo de muitos quilómetros de avenidas largas, há multidões aos gritos e a agitarem flores aos militares que passam sorridentes, no topo de veículos de guerra, com os seus melhores uniformes. Primeiro, é a vez dos pequenos jipes; depois, as viaturas vão crescendo em tamanho e poder de destruição. O apogeu acontece na passagem dos mísseis, que foram exibidos pela primeira vez justamente no desfile de 2012. Enquanto isso, nos céus, os aviões compõem formações acrobáticas, lançam fumos coloridos.

 

Nesses desfiles, só mesmo os norte-coreanos não se apercebem do quanto essas máquinas são obsoletas. O fumo dos canos de escape deixa o ar irrespirável, o barulho dos motores não permite conversas. Até do chão se vê que, lá em cima, os aviões têm muitas dezenas de anos, como é o caso dos MiG, fabricados na União Soviética durante os anos 50 e 60 do século passado. Se eu sei isto, os serviços de informação dos Estados Unidos também sabem.

 

Já estive nos dois lados do paralelo 38. Já vi a Coreia do Sul a partir do lado norte e já vi a Coreia do Norte a partir do lado sul. Menos de 60 quilómetros separam o ponto mais tenso da fronteira e o centro de Seul. No entanto, quando se fala com os sul-coreanos sobre esse assunto, raramente algum demonstra receio ou apreensão. O sentimento mais comum é a pena. Na Coreia do Sul, a população sabe muito mais sobre a real situação da península do que um leitor ocidental de jornais. Sabe da pobreza, do atraso tecnológico e militar, sabe também que as ameaças do regime de Pyongyang existem há décadas, nunca pararam, são ininterruptas. Não começaram com a eleição de Trump.

 

Recentemente, os Estados Unidos instalaram um sistema de defesa antimísseis no território da Coreia do Sul. Nas notícias breves do ocidente chamou-se a atenção para a oposição da China, deixando implícito que esse posicionamento se devia à defesa dos interesses da Coreia do Norte, seu suposto aliado. No entanto, quem se dê ao trabalho de procurar um dos poucos artigos mais longos, de maior profundidade, rapidamente se apercebe que a China se opõe porque teme que as suas próprias informações sejam permeáveis ao poderoso radar do sistema antimísseis americano.

 

É também curiosa a quase ausência de referências na imprensa ocidental às manifestações de sul-coreanos contra a instalação do sistema antimísseis americano. Com receio das radiações emitidas pelo radar, essas manifestações terminaram em violentos confrontos com a polícia. Como se explica que estejam mais preocupados com radiações do que com a ameaça nuclear que têm a poucos quilómetros? Trata-se de gente que não se informa exclusivamente na Fox News.

 

As relações diplomáticas com a China são apenas um exemplo dos múltiplos equívocos, mais velados ou mais expostos, que grassam na imprensa ocidental acerca desta matéria. Em fevereiro passado, a China deixou de comprar carvão à Coreia do Norte — aquela que é, de longe, a principal exportação do país, quase a única. Também a partir dessa data, os voos da Air China para Pyongyang foram interrompidos. Há anos que, reiterada e publicamente, a China tem pedido à Coreia do Norte que suspenda os seus testes de armamento, sem qualquer sucesso. Em 2013, Kim Jong-un mandou executar o tio — um alto oficial do regime —, sendo uma das razões mais prováveis a simpatia deste pelos modelos económicos chineses. Seria fácil enumerar outros sinais da falta de relação entre Pequim e Pyongyang, não falta eloquência às prateleiras vazias da Coreia do Norte, ainda assim, por todo o lado se repetem notícias sobre essa aliança.

 

A simplificação, a supressão de certos temas e a exaltação de outros são os principais pecados da imprensa internacional acerca deste assunto. Outro exemplo: a 7 de maio, foi detido um cidadão americano na Coreia do Norte. Atualmente, há 4 presos americanos nas cadeias norte-coreanas. Desde o início do século XXI, contando com estes, a Coreia do Norte deteve 17 estrangeiros: 15 norte-americanos, 1 canadiano e 1 australiano. A notícia destas detenções foi sempre amplamente noticiada: as confissões públicas, as penas exageradas sem direito a recurso — oito, dez, quinze anos em campos de trabalho. Mas quem sabe o que aconteceu depois? De todos os presos americanos na Coreia do Norte, apenas 3 não foram libertados antes do fim do primeiro ano. Entre esses, muitos escreveram livros e tentaram promover a sua história. Nenhum teve sucesso. A imprensa não se interessou por dar eco desses relatos: um quarto de hotel com guardas na porta e, após meses ou semanas, a libertação por intercepção da diplomacia norte-americana.

 

A Coreia do Norte é um país sem recursos naturais cobiçados internacionalmente. Há dados objetivos que dão mostras da insignificância do seu poder militar. As ameaças são o seu discurso de sempre, cumprem uma agenda interna e externa. Então, porquê atacar a Coreia do Norte? Os mais crédulos argumentam com a extrema pobreza a que o regime submete o seu povo. Esquecem-se talvez que os Estados Unidos têm excelentes relações com países como o Chade, um dos mais pobres do mundo, apesar dos mais de 100 mil barris diários de petróleo que os texanos da Exxon Mobil retiram diariamente do seu solo. Esquecem a Índia, por exemplo, que tem cerca de 170 milhões de pobres — indivíduos que sobrevivem com menos de 2 dólares por dia. Porquê atacar a Coreia do Norte? Outros, igualmente crédulos, respondem que se trata de um país onde existe uma ditadura terrível. Duas palavras para esses desatentos: Arábia Saudita. Sem que seja ouvido até dentro da sua própria instituição, o Conselho dos Direitos Humanos das Nações Unidas tem alertado para as práticas correntes de tortura e de outras formas de tratamento degradante no sistema judicial saudita. Esse é o país em que, desde a semana passada, as mulheres ganharam o direito de ir ao médico sem consentimento dos homens. No entanto, ainda não podem conduzir ou ocupar qualquer cargo público, por exemplo. E foi justamente a Arábia Saudita que o presidente dos Estados Unidos escolheu para iniciar a sua primeira viagem oficial ao estrangeiro.

 

Salvar o povo, bombardeando-o, matar milhares de inocentes para salvar outros tantos, é não reconhecer valor ao outro, é pensar como Kim Jong-un, é um raciocínio de uma superficialidade criminosa, assassina.

 

Mas se a Coreia do Norte está na mesma, porque tem havido isto a que decidiu chamar-se "escalada de tensão"? O que mudou?

 

Mudou o presidente dos Estados Unidos. Donald Trump — refletindo sobre este assunto, é muito fácil esquecermos que o presidente dos Estados Unidos é Donald Trump, aquele do twitter, do penteado, das fake news. Será que Trump teria alguma coisa a ganhar em termos de notoriedade — interna e externa — com um conflito, e subsequente vitória militar, na Coreia do Norte? Quando comparado com um bad guy como Kim Jong-un, até Trump parece um good guy.

 

Hoje, a população da Coreia do Norte ultrapassa os 25 milhões. No ano passado, Tony Blair apresentou uma espécie de pálidas desculpas perante a confirmação de que não havia armas de destruição maciça no Iraque — razão apresentada para o início de uma guerra, onde foram mortos mais de 113 mil civis. Vamos passar pelo mesmo?

 

Não estou a defender o regime da Coreia do Norte. Chegámos a este ponto, sinto a obrigação de me justificar, apenas por não dizer aquilo que todos dizem. Este assunto tornou-se tão preto e branco, tão bons versus maus, que, mesmo dispondo de informação altamente superficial, qualquer um se sente no direito de gritar insultos com maiúsculas na caixa de comentários, cheio de certezas para um lado ou para outro. Além disso, a península da Coreia é suficientemente distante para que o debate seja apenas abstrato, com os argumentos a servirem ícones para fantasmas.

 

No meio, entre as palavras, entre os mísseis, estão mais de 25 milhões de pessoas. Não são uma massa homogénea e informe, são pessoas, são um número imenso de pessoas. Ao contrário do que se escreve e repete em toda a parte, a Coreia do Norte não é Kim Jong-un. A Coreia do Norte são essas pessoas. Quem pensa nelas?

 

 

José Luís Peixoto, in Expresso (13 de maio de 2017)

 

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publicado às 09:30

18 maio, 18h00 - Apresentação da edição eslovaca de "Cemitério de Pianos", KC Dunaj, Nedbalova 435/3, 811 01 Bratislava

 

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publicado às 23:07

"Faltava, entretanto, uma obra como a de José Luís Peixoto, capaz de se afastar do debate trivial e dizer que na literatura há mais mistérios que imagina a vã filosofia da verdade e da mentira."

 

Pode ler a crítica completa aqui:

http://letrasinversoreverso.blogspot.pt/2017/05/em-teu-ventre-de-jose-luis-peixoto.html

 

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publicado às 12:15

José Luís Peixoto participará na Noite das Literaturas Europeias e na Feira do Livro de Praga. 

 

10 de maio, 18h - Leitura da edição checa de "Galveias", Noc literatury 2017 - Dům ochránců přírody, Michelská 48/5, Michle

12 de maio, 19h, Feira do Livro de Praga - conversa pública com Marek Toman e Marc Pastor

13 de maio, 19h, Feira do Livro de Praga - conversa pública com Aleš Šteger e Goce Smilevski

 

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Mais info sobre Noite da Literatura.

Mais info sobre atividades na Feira do Livro de Praga. 

 

 

 

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publicado às 11:09

Respeito

05.05.17

Há pouco mais de um ano, ninguém me fazia perguntas sobre Fátima e, no entanto, eu passava os dias a pensar em Fátima. Nessa época, escrevia um livro a que chamei "Em Teu Ventre" e que trata esse tema. Só tinha contado à minha família e, considerando os meus livros anteriores, poucos leitores suspeitavam que tivesse escolhido esse assunto.

 

De certo modo, escrever um livro é sempre um segredo. Enquanto as palavras ainda não estão no papel, já com o seu formato definitivo, existem apenas para quem as escreve. Nesse momento, são uma espécie de visão. Então, quando essas palavras são publicadas, o segredo é libertado no mundo: mistura-se com o olhar dos outros. Por consequência, muda a forma como os outros veem e, também, a forma como os outros nos veem.

 

Foi justamente nos olhares dos outros que encontrei as primeiras questões. Ainda sem terem lido uma página, quando se mencionava o tema "Fátima", todas as perguntas eram formas explícitas ou subliminares de me colocarem uma única pergunta: acredita?

 

Como sempre acontece, fui respondendo na medida das minha possibilidades. Em nenhuma ocasião respondi sim ou não. Por um lado, não creio que a resposta a essa pergunta seja apenas sim ou apenas não, a não ser que se simplifiquem as questões até ao seu elemento mais básico, tão básico que já não é sequer representativo do que se está a falar. Por outro lado, porque a minha intenção primeira, uma das que me levou à escrita do livro, foi justamente encontrar uma maneira de falar de Fátima que não passasse por esse separar de águas, esse muro divisor: acredita/não acredita.

 

Nem todas as pessoas que afirmam acreditar em algo comum o fazem da mesma forma. Acreditar não é preto e branco. Também me parece que nem todas as pessoas são cépticas da mesma forma. Há inúmeras gradações e particularidades no que toca à crença e/ou à fé. Não existe um interruptor para a fé ou o cepticismo. Até a luz eléctrica, que utiliza interruptores, não é igual em todas as circunstâncias, depende da lâmpada, da intensidade da corrente e de uma série de outros elementos que os eletricistas saberão enumerar. Até a escuridão, estou convencido, não é sempre igual.

 

Assim, depois de tentar superar a dificuldade de escrever um livro que tratasse a questão de Fátima de forma direta, concreta, honesta e que recusasse essa segregação prévia, fiz uma sequência de apresentações em todo o país. Ao vivo, diante de públicos que não estavam claramente de um ou de outro lado dessa linha, assisti ao jeito como a conversa custava a iniciar-se, o desconforto que as pessoas começavam por ter e, depois, à medida que eu continuava a falar, assisti também à forma como essas mesmas pessoas se iam libertando e, a pouco e pouco, intervindo sobre um tema que, afinal, no nosso país, toda a gente conhece e tem alguma coisa a dizer.

 

Fátima é um tema multidimensional. Ao longo destes cem anos, assumiu uma enorme importância política e social. Em grande medida, pode dizer-se que houve uma certa sensibilidade acerca deste tema que foi paralela às próprias alterações políticas e sociais do país. Por tudo o que dizem sobre nós, essas são questões de grande interesse, que merecem ser levantadas, observadas e reflectidas.

 

Já no que toca à sua dimensão religiosa, Fátima é um assunto que está na esfera da sensibilidade íntima de cada um. A liberdade religiosa é uma conquista civilizacional. Não devemos estar dispostos a abdicar dela em nenhuma circunstância.

 

Nesse sentido, é fundamental que crentes e cépticos se saibam respeitar entre si, só assim poderá existir um diálogo edificante. Não vejo razões para duvidar que uns possam aprender algo com os outros. Se não estivermos de ouvidos fechados, de olhos fechados, podemos sempre aprender algo com os outros, podemos sempre descobrir algo novo. E os outros, claro, não são uma abstração. Os outros são aqueles que têm opiniões realmente diferentes das nossas.

 

Assim, não vou aqui afirmar a minha crença ou a falta dela em relação às aparições de Fátima. Não sinto necessidade de o fazer e, ao mesmo tempo, não quero tingir as leituras que possam ser feitas do meu livro com as cores desses preconceitos. Tenho a ambição de que o meu livro não seja apenas um afago tranquilizante que estes ou aqueles usam para se autojustificar. Em vez disso, desejo que seja um confronto com uma perspetiva diferente, nova, de algo que talvez já estivesse cristalizado, que já não se visse realmente.

 

José Luís Peixoto, in Fátima XXI (Outubro de 2016)

 

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